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CONTRO LA COSTITUZIONE E
CONTRO L'OCCUPAZIONE
I LIMITI IMPOSTI DAI COMUNI ALLA LIBERA INIZIATIVA?
Il problema è di carattere generale, ma
nasce dalla somma di tanti piccoli problemi personali,
particolarmente frequenti nei nostri paesi turistici. Ogni
tanto c'è un piccolo imprenditore che apre un esercizio
pubblico e vuole mettere su un'azienda. Ha delle idee e
vuole realizzarle. A volte sono delle idee buone, a volte
sono delle idee sbagliate. Ma questo è un suo problema.
Ciò che conta è un'altra cosa: spesse volte
i Comuni negano la concessione di determinate licenze,
perché – ad esempio – c'è un piano che regola il settore.
A volte la pubblica autorità decide solo perché ci sono
gruppi di pressione che agiscono in un senso o nell'altro,
ci sono organizzazioni di categoria che intervengono, ci
sono occulti interessi politici.
Ebbene, questa disparità di trattamento
mette i cittadini su piani diversi, e ne avvantaggia
alcuni a danno di altri. Se determinate iniziative non
possono essere prese, è evidente che ci sono persone che
non vengono assunte. Ogni ostacolo alla libera iniziativa,
in un sistema economico che si basa sulla libera
iniziativa, è un contributo alla disoccupazione. Le regole
che devono essere rispettate sono quelle imposte dalle
leggi: e cioè dalle leggi sanitarie, dalle leggi
sull'ordine pubblico, dalle leggi edilizie.
Ma quando un esercizio è a posto dal punto
di vista civile e penale, non si capisce perché non possa
(facciamo un esempio a caso) vendere panini o servire un
bicchiere di vino. Che senso ha tutto questo? Gli esercizi
pubblici non possono essere protetti.
Sarà il pubblico a scegliere. Sceglierà i
migliori, e questo provocherà concorrenza e miglioramento
della qualità. O no? |